Luxottica. Gli immigrati per battere la grande crisi

INCHIESTA del quotidiano L'Unità

GIOVEDI' 25 FEBBRAIO 2010 - L'Unità - Edizione Nazionale


All’ingresso dello stabilimento Luxottica c’è sempre la villetta bianca, bassa, di Leonardo Del Vecchio. «El paron», come lo chiamano ancora gli operai più anziani, si fa vedere una, due volte al mese e continua a dormire dentro il recinto della fabbrica di Agordo, centro delle Dolomiti diventato una della capitali dell’industria italiana. Questo è il regno degli occhiali, Luxottica è una delle poche vere multinazionali tricolori, con oltre 5 miliardi di euro di ricavi, 60mila dipendenti e 6250 negozi sparsi in tutto in mondo. Del Vecchio è uno che le ha cantate chiare anche agli americani: ha quotato le azioni a Wall Street, ha raccolto capitali, ha massimizzato i profitti e ha realizzato grandi acquisizioni facendo piazza pulita della concorrenza. Qui tra le montagne, ad esempio, si producono i Ray-Ban, uno dei simboli della cultura e della vita americana oggi di proprietà Luxottica, oltre naturalmente a molte griffe della moda italiana. La fabbrica è quasi un altro paese , sul piazzale si fermano decine di autobus che trasportano i lavoratori verso i paesi delle valli circostanti. Agordo ha 4200 abitanti, i dipendenti Luxottica qui sono ben 3300, più altri 1800 nell’impianto di Sedico e 350 nella vicina Cencenighe. Da anni si fa fatica a trovare operai. Per qualche tempo sono stati importati dai paesi dell’Est europeo, ora arrivano da tutto il mondo. Gli immigrati sono la vera sorpresa, sono la nuova linfa che assieme alla cultura e alla tradizione del lavoro e dell’impresa determinano il successo in una zona dove fino a pochi anni lo straniero, compreso il nostro meridionale, era sospettato di rubare «il nostro lavoro e le nostre ragazze». Joseph Adja, 46 anni, viene dalla Costa d’Avorio, da circa 26 anni vive in Italia. È un delegato sindacale. Racconta: «Ho vissuto a lungo a Firenze dove mia sorella ha un negozio, mi sono diplomato in ragioneria, ho messo su famiglia e ho quattro figli. Dopo un po’ di anni di lavoro ero tornato in Costa d’Avorio per aprire un ristorante, ma le tensioni, la guerra, mi hanno fatto perdere tutto. Sono rientrato in Italia e da quattro anni lavoro alla Luxottica, vado avanti e indietro tutti i giorni da Belluno dove abito. Il clima in fabbrica è abbastanza buono, anche se io penso che l’azienda dovrebbe parlare di più con i dipendenti. All’inizio per noi stranieri è stato difficile, c’era più diffidenza, anche ostilità. Poi, col tempo, è stato più facile anche perchè ormai ci sono tanti immigrati che lavorano in fabbrica. Noi della Cgil siamo una specie di universo: abbiamo delegati brasiliani, marocchini, egiziani. Qui si lavora sempre, il mio sogno è di poter un giorno tornare al mio paese». Gli immigrati sono una novità anche per i sindacati e le ultime elezioni per le Rsu sono state il segnale di un cambiamento dell’origine, degli interessi, delle aspirazioni dei dipendenti. Per la prima volta la Cgil è stato il sindacato più votato, ha superato di poco la Cisl (15 delegati contro 14, e 13 sono andati alla Uil) che ha sempre avuto la supremazia in queste valli. Ma quello che conta è la dimensione multiculturale della fabbrica, lo sforzo di stare insieme. Luigi Dell’Atti, 36 anni, è originario di Lecce, indossa una felpa con i colori, giallo e rosso, della sua squadra del cuore pugliese. La sua è la storia di molti: «Vent’anni fa sono salito qui per fare le stagioni negli alberghi delle Dolomiti, è finita che ho trovato lavoro prima in una piccola azienda di occhiali e poi sono entrato alla Luxottica. Mia moglie è di queste parti, ho una figlia. Del Vecchio è venerato come un santo, perchè ha portato lavoro e ricchezza. Oggi un operaio guadagna 1100-1150 euro al mese che possono essere una cifra buona se uno ha la casa di famiglia, ma se deve pagare 400 euro di affitto e la scuola dei figli diventa tutto più difficile. Gli immigrati, ad esempio, cercano di mettersi insieme, affittano un appartamento a Belluno e dividono il costo. Penso che la nostra lista Cgil abbia avuto successo perchè era formata al 40% da immigrati, la gente ha capito che non era propaganda ma una scelta dalla parte dei lavoratori, di chi ha più bisogno». Le buone relazioni tra impresa e sindacati sono alla base di un clima generalmente costruttivo. qui non ci sono mai state grandi tensioni, gli scioperi si contano sulle dita di una mano, anche perchè ha sempre prevalso uno spirito di collaborazione e di lealtà. Luxottica è un’azienda familiare, nata dall’intuizione di un figlio della guerra come Leonardo Del Vecchio allevato dai Martinitt (una delle belle istituzioni della solidarietà e del riformismo milanese) che nel 1961 decise di venire sotto le Dolomiti per costruire un’impresa diventata famosa nel mondo. L’anno prossimo si attendono le celebrazioni per il mezzo secolo di vita dell’azienda. Leonardo Del Vecchio è un padrone duro e coerente, ma capace e se non avesse avuto il solito contenzioso col fisco come un Valentino Rosso qualunque (perchè gli imprenditori ogni tanto si dimenticano delle tasse...?) sarebbe un eroe dell’impresa. Una volta ritiratosi dalla gestione ha affidato la guida dell’azienda non ai figli (il figlio Claudio ha comprato Brooks Brothers, la famosa azienda di abbigliamento statunitense) ma a uno dei migliori manager industriali italiani, Andrea Guerra, ex Merloni. L’amministratore delegato ha la fama di essere un uomo aperto, un progressista, aggettivo da usare con cautela per un capoazienda perchè subito dopo si cade nella tentazione di definire Sergio Marchionne un «socialdemocratico». Guerra, comunque, è abile. Lo scorso anno, in piena crisi economica, la Luxottica siglò un patto coi sindacati per un’originale formula di welfare a sostegno dei dipendenti e delle loro famiglie. L’azienda ha erogato aiuti (circa 110 euro a testa) per il «carrello della spesa», ha rimborsato i libri di studio dei figli dei dipendenti, e ora si sta pensando al terzo capitolo: pagare le spese per le visite specialistiche e finanziare borse di studio. Un’operazione generalmente apprezzata nella comunità locale, pur con qualche mugugno, che ha avuto un’enorme eco sui media, sono arrivati persino gli inviati dei quotidiani americani per raccontare questa storia. Naturalmente nessuno regala niente. Da gennaio, secondo le valutazioni dei delegati Rsu, si vede un po’ di ripresa, la domanda e la produzione sono più vivaci. L’azienda ha chiesto subito qualche sabato di flessibilità, cioè di lavoro straordinario. I sindacati hanno giustamente aspettato la firma del rinnovo del contratto nazionale di categoria e poi, proprio in questi giorni, hanno firmato l’accordo per tre sabati di lavoro. Ma c’è qualche altro segno positivo, in questo disastrato panorama industriale nazionale. L’azienda procede all’assunzione di lavoratori con contratti a termine (sono 110 dall’inizio dell’anno), e alcuni (una decina di addetti nell’ultimo mese) sono regolarizzati con contratti a tempo indeterminato.


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